Giovanni Musto racconta il suo percorso in Torello, tra sacrificio, ricordi e un pensionamento che sa di gratitudine
Dopo anni di dedizione e milioni di chilometri percorsi, Giovanni conclude il suo percorso in Torello portando con sé non solo un bagaglio professionale straordinario, ma soprattutto un patrimonio umano fatto di relazioni, valori e crescita personale.
La sua è una storia che racconta cosa significa davvero fare questo mestiere: impegno, responsabilità e la capacità di costruire nel tempo qualcosa che va oltre il lavoro.
L’INTERVISTA
Come ti chiami e di dove sei?
Mi chiamo Giovanni Musto e sono di Solofra (AV).
Quando è iniziato il tuo percorso in Torello? Ricordi il primo giorno?
Il rapporto con l’azienda è iniziato ben 33 anni fa. Ricordo molto bene il colloquio con Umberto Torello: mi disse “ti faccio sapere”, ma ancora non ero rientrato a casa che arrivò la chiamata. Serviva una persona subito. Da lì è iniziato tutto.
Oltre al lavoro, è nato anche qualcosa di più: un rapporto umano autentico. Umberto e Antonio Torello non erano i classici datori di lavoro, ma persone capaci di creare fiducia. Erano esigenti, ma allo stesso tempo profondamente umani.
Nel tempo si è costruito un legame basato sulla stima reciproca. Perché il lavoro è importante, ma è il rapporto umano che fa davvero la differenza.
Ricordo anche Nicola Torello, il fondatore: una volta gli parlai di mio figlio e, dopo anni, se lo ricordava ancora. Questo dice molto sull’attenzione che hanno sempre avuto verso le persone.
La passione per questo lavoro è nata subito?
Non subito, ma è nata in modo spontaneo. Non è stata una scelta programmata, ma un percorso che si è costruito nel tempo. È un lavoro duro, fatto di sacrifici, ma ho avuto la fortuna di condividere questa esperienza con persone giuste.
Per me era parte di un progetto di vita: far studiare mio figlio, mantenere la famiglia e costruire una stabilità. Questo è sempre stato il mio obiettivo.
Era la tua prima esperienza?
No, avevo già avuto altre esperienze.
Poi, per un periodo, nei primi anni 2000, mi ero allontanato dalla Torello perché il lavoro non si conciliava con la vita familiare, soprattutto per le trasferte estere. Nonostante questo, il rapporto con l’azienda non si è mai interrotto. Siamo rimasti in contatto e, quando c’era bisogno, la disponibilità è sempre stata reciproca.
È anche per questo che auguro il meglio a Torello e alle nuove generazioni, perché è una realtà che ha tutte le caratteristiche per continuare a crescere nel modo giusto.
Quanti chilometri pensi di aver percorso?
Credo almeno tra i 3 e i 4 milioni di chilometri.
Mediamente ho percorso 150.000 chilometri all’anno, raggiungendo in passato anche il picco di 200.000 km in caso di periodi particolarmente intensi.
C’è un episodio che ti è rimasto particolarmente impresso?
Sì, un momento difficile che però mi ha fatto capire cosa significa davvero lavorare in un’azienda come questa.
Tra il 1997 e il 1998 avevo seri problemi alla schiena. Durante una trasferta in Spagna, rimasi completamente bloccato e non riuscivo più a guidare. Mi proposero di fermarmi lì, ma non volevo lasciare solo il collega che viaggiava con me. Alla fine Antonio Torello e un collega partirono per venirmi a dare supporto. Quello è stato un gesto che non dimenticherò mai. In quel momento ho capito cosa significa sentirsi parte di una famiglia.
Riuscimmo a rientrare quasi fino a Cassino, poi dovetti fermarmi in ospedale. È un ricordo che porto con grande gratitudine.
Tra tutti i posti che hai visto, quale ricordi di più?
Una notte a Parigi.
All’epoca non c’erano navigatori, solo cartine. Sbagliai strada e mi ritrovai nel centro città, completamente disorientato. Chiesi aiuto a dei ragazzi che distribuivano giornali e uno di loro mi disse semplicemente: “Seguimi”. Mi accompagnò fuori. Il giorno dopo fui fermato dalla polizia francese perché avevo superato i tempi di guida, ma quando spiegai la situazione capirono.
Oggi fa sorridere, ma in quel momento è stato puro panico.
Hai avuto un camion a cui sei stato particolarmente legato?
Sì, un Mercedes-Benz Actros.
Era un veicolo di serie, senza particolari caratteristiche, ma estremamente affidabile e maneggevole. Mi permetteva di lavorare molto bene. Ci ero molto affezionato: aveva percorso centinaia di migliaia di chilometri, ma era sempre in perfette condizioni.
Com’è cambiato il lavoro del camionista negli anni?
All’inizio era soprattutto sacrificio: si lavorava tanto, si facevano molte ore di guida per poter raggiungere un reddito soddisfacente.
Oggi è tutto diverso: il lavoro è più organizzato, più strutturato, anche più “umano”. La tecnologia ha migliorato molti aspetti, ma ha introdotto anche nuove responsabilità. Il margine di errore è ridotto e serve ancora più attenzione.
Fare il camionista non è – e non può essere – un lavoro di ripiego: richiede capacità, carattere, adattamento e relazioni. È un mestiere vero e importante.
Anche la mentalità è cambiata?
Sì, molto.
Oggi spesso si guarda al risultato immediato, mentre questo lavoro richiede visione nel lungo periodo. Serve continuità.
Nel mio percorso ho fatto delle scelte, anche rinunciando a guadagni maggiori, per preservare il tempo con la famiglia. Bisogna sapersi regolare, trovare il giusto equilibrio e gestire il proprio percorso con consapevolezza.
Perché oggi è così difficile trovare autisti?
Perché cambiano i tempi e cambiano le priorità: le nuove generazioni cercano un maggior equilibrio, mentre questo lavoro richiede grande disponibilità e impegno. Io ho fatto questo mestiere per costruire qualcosa nel tempo, con un obiettivo preciso. Ci sono stati sacrifici importanti, soprattutto per la famiglia. Ma oggi posso dire che ne è valsa la pena.
Cosa ti lascia l’esperienza in Torello?
Lavorare in Torello significa fare una vera scuola di vita.
È un’esperienza che ti forma, ti prepara e ti dà strumenti per affrontare qualsiasi situazione. Soprattutto, mi porto dietro una crescita personale importante: sono diventato una persona migliore.
Un ultimo pensiero?
Ho avuto la fortuna di avere una famiglia che mi ha sempre sostenuto. Senza di loro non avrei potuto fare tutto questo. Anzi, questa targa di riconoscimento, credo vada data prima di tutto a loro, perché mi sono sempre stati accanto.
Oggi continuo a mettermi a disposizione degli altri, facendo volontariato con il banco alimentare. Anche lì, quando serve qualcuno per guidare, io ci sono. Perché alla fine aiutare gli altri fa bene soprattutto a chi lo fa.
Le storie come quella di Giovanni non si misurano solo nei chilometri percorsi, ma nelle relazioni costruite nel tempo, nelle scelte fatte e nella capacità di andare avanti, sempre. È da queste esperienze che prende forma, ogni giorno, il valore più autentico di Torello e quella visione aziendale che condensiamo in due parole: Feel Transport!
Grazie, Giovanni!
